L’area di scavo denominata “G.V. Gravina”, situata nel Comune di Crotone tra via U. Foscolo e via G. Verga, occupa circa 4000 mq in un settore urbano non edificato. L’intervento si inserisce nel progetto “Antica Kroton Futura” e ha come obiettivo la valorizzazione di un settore strategico per la ricostruzione del paesaggio antico urbano. Lo scavo ha restituito evidenze di frequentazione continua dalla fine dell’VIII sec. a.C. al III sec. a.C. Il contesto è caratterizzato da un’ampia area centrale priva di edifici, attorno alla quale si sviluppano strutture di epoche diverse, spesso sovrapposte o parzialmente obliterate. Le prime evidenze comprendono un edificio con orientamento Est-Ovest (edificio A), costruito con blocchi di calcare e arenaria, presumibilmente destinato a funzione di recinzione. Poco più a Est è stato individuato un ampio cavo con riempimento sabbioso, interpretato come traccia di un edificio successivamente asportato (edificio B), il cui limite ad est è segnato da alcuni resti murari. I livelli che convivono con queste strutture restituiscono materiali databili al pieno VI sec. a.C., tra cui un discreto numero di pesi da telaio. Fasi successive documentano l’obliterazione di questi primi due edifici e la costruzione di nuovi ambienti lungo i margini Est e Ovest dell’area centrale. A Est si sviluppa un edificio articolato in due ambienti quadrangolari (edificio C), delimitati da muri in calcare e frammenti di tegole e comunicanti tramite una soglia. All’interno sono stati rinvenuti accumuli di materiali architettonici. A Ovest si ipotizza la presenza di un porticato (edificio D), basato sull’allineamento di muri realizzati in blocchi sbozzati e successive aggiunte murarie trasversali. Nel settore meridionale è attestata una terza struttura (edificio E), delimitata da grandi blocchi in calcare. La coesistenza di queste strutture suggerisce una riorganizzazione dell’area nel corso del V-IV sec. a.C. Tracce di distruzione e spoliazione sono visibili in tutta l’area. Alcuni livelli presentano resti combusti, dispersioni di cenere e materiali bellici, tra cui numerose punte di freccia in bronzo e due proiettili di catapulta. È verosimile che questi elementi si riferiscano a momenti di crisi nella storia della città, tra la fine del IV e gli inizi del III sec. a.C. All’indomani di questo evento distruttivo si praticano una serie di fosse regolari, foderate con tegole e blocchi calcarei, disposte in due file parallele lungo l’edificio D. In questa fase si registrano attività riconducibili a un evento collettivo di particolare rilevanza, tra cui la realizzazione di una grande buca di 3 m di diametro, localizzata poco più a est dell’edificio D, nel settore centrale dell’area. Il suo riempimento mostrava una stratigrafia non casuale, con la presenza di una controfossa circolare e decentrata, colmata da terra a matrice limo-sabbiosa. La buca ha restituito frammenti ceramici e forme integre e semi integre, frammenti litici ed architettonici pertinenti a strutture, resti ossei tra cui il corno di un bovide e almeno due crani di cane integri. Ancora, a ovest dell’edificio D, in un’area attualmente priva di costruzioni, è stato rinvenuto uno spargimento di materiale architettonico, in parte disposto in piano, costituito prevalentemente da frammenti di tegole. Lungo i suoi limiti orientali si è registrata la presenza di un deposito di frammenti architettonici a formare un accumulo e, soprattutto, per la presenza di terrecotte architettoniche decorate pertinenti a un sistema decorativo attestato da un maggior numero di frammenti e da altri documentati da sporadiche attestazioni, forse traccia di edifici presenti nell’area defunzionalizzati e/o distrutti. L’ultima fase è caratterizzata da un progressivo abbandono dell’area, con la formazione di livelli limosi di natura alluvionale. In questi si riconoscono solchi lineari interpretabili come tracce di coltivazioni agrarie e tagli moderni legati a operazioni di recupero. L’intervento ha permesso di documentare un’evoluzione complessa dell’area contribuendo a ricostruire lo sviluppo urbanistico del Quartiere centrale di Crotone.
Lo scorso luglio 2024 la Scuola Superiore Meridionale - nell’ambito di una Convenzione per la collaborazione alle attività scientifiche di ricerca, valorizzazione e miglioramento della fruizione del patrimonio afferente alla DRM-Calabria ex art. 15 della L. N. 241 del 7/8/1990 e di un Accordo operativo per la realizzazione delle indagini archeologiche nell’ambito del Progetto Crotone, Parco Archeologico Nazionale di Capo Colonna finanziato dalla legge 190/2014 - ha intrapreso un nuovo progetto di scavo presso il Parco Archeologico Nazionale di Capo Colonna. Il sito, posto circa 12 km in linea d’aria a sud-est dell’antica colonia achea di Kroton, ospita i resti del santuario extra-urbano dedicato ad Hera Lacinia, di cui l’evidenza più monumentale è costituita da un grande tempio (tempio A, 480-470 a.C.), caratterizzato da una ricca copertura e decorazione in marmo egeo-insulare e cui afferisce l’unica colonna oggi visibile. Nel corso del IV sec. a.C. il santuario viene dotato di alcuni edifici destinati all’accoglienza e al banchetto; a partire dal II sec. a.C. viene poi costruito un complesso di edifici pubblici e privati, riferibili a un abitato romano racchiuso, nella seconda metà del I sec. a.C., da un muro di cinta realizzato in opera quadrata e opera reticolata. Dopo un primo fugace intervento di scavo compiuto tra il 1886 e il 1887 degli americani J. Clarke e A. Emerson, la vera storia delle ricerche sul Promontorio di Capo Colonna prende avvio nel 1910 grazie all’iniziativa di P. Orsi, che iniziò a restituire forma al tempio e intercettò la porta d’ingresso delle mura e altre strutture di età romana nella zona settentrionale del Promontorio. Le indagini proseguirono poi fra gli Anni Cinquanta e Settanta con A. De Franciscis e G. Foti, concentrandosi perlopiù sul lungo muro di cinta e sugli edifici ellenistici a ovest/nord-ovest del tempio. Fra gli anni Ottanta e Novanta, con le ricerche di Roberto Spadea e di D. Mertens, il Promontorio fu interessato da importanti scoperte, come quella della Via Sacra e quella dell’edificio B e del relativo “tesoro di Hera”. Tra il 1999 e il 2014, infine, una nuova stagione di scavi, condotti dalla Soprintendenza, ha visto protagonista soprattutto la zona settentrionale del Promontorio, dove sono state messe in luce porzioni dell’abitato di età romana. Sono inoltre riprese le indagini presso il tempio A. Esse hanno portato a individuare le tracce, in negativo, di un grande edificio sacro, che in età arcaica insisteva sullo spazio poi occupato dal tempio A. Le nuove ricerche, condotte sotto la direzione scientifica del prof. Carlo Rescigno, si sono concentrate nella zona meridionale del Santuario, n un settore finora inesplorato compreso tra il lato sud del Tempio A e il tratto meridionale del muro di cinta, a est del cosiddetto edificio J e di altre strutture ellenistiche. L’intervento di scavo è consistito nell’ampliamento di un saggio effettuato dal Parco Archeologico tra aprile e maggio 2024: l’area originaria (5x5 m) è stata ampliata raggiungendo un’estensione totale di circa 18 m in senso est-ovest e circa 9 m in senso nord-sud. È stato, così, possibile intercettare una struttura rettangolare (4,70 x 1,80 m circa), con accesso sul lato lungo settentrionale, in blocchi di calcarenite con ortostati rivestiti in stucco bianco, di cui si conservano labili tracce, probabilmente costruita intorno al III sec. a.C. e obliterata nel corso del III sec. d.C., per quanto sia possibile affermare sulla base dei materiali ancora in corso di studio. Tra i reperti più significativi vi sono numerosi frammenti di coroplastica votiva e diversi elementi architettonici, probabilmente pertinenti ad altri edifici presenti nell’area del santuario. Al momento è possibile avanzare un’interpretazione preliminare della nuova struttura come un piccolo recinto, ma solamente il proseguo delle ricerche potrà far luce su questo importante e interessante settore del santuario.